martedì 15 gennaio 2008

La Storia in TV come "Racconto del Vissuto". La svolta degli anni 80


In Italia a partire dagli anni 80 la storia in TV diventa esperienza personale, “racconto vissuto”, storia-memoria dai contenuti spettacolari che si distanzia sempre più nettamente dal sapere accademico.

In seguito alla nascita delle emittenti private la televisione pubblica si trova a dover affrontare il problema di una forte concorrenza fino a quel momento sconosciuta.

Il problema porta con sé la necessità di rivedere le proprie strategie di comunicazione con il conseguente “stravolgimento” dei palinsesti.

La televisione pubblica da strumento pedagogico-formativo diventa in quegli anni uno strumento prevalentemente di intrattenimento in cui l’informazione e i prodotti culturali iniziano a rivestire un ruolo marginale nelle programmazioni mentre il gioco, l’ozio e lo svago ne diventano i principi ispiratori.

Da una televisione “generalista” che dagli anni cinquanta agli anni ottanta aveva mescolato generi diversi rivolgendosi ad un pubblico eterogeneo, formando così un’opinione pubblica nazionale e contribuendo a modernizzare il Paese, si passa negli anni ottanta ad una televisione diversa, rivolta ad un pubblico diviso per target.

Il telespettatore diventa apparentemente padrone della situazione potendo scegliere ormai tra una grande varietà di programmi ed emittenti televisive che fanno a gara per proporre trasmissioni sempre più attraenti al fine di guadagnare pubblico.

In questo nuovo contesto l’informazione storica, costretta a misurarsi con una televisione sempre più “spettacolare”, cerca di trovare una nuova identità che la renda competitiva.

E' proprio agli inizi degli anni ottanta che vengono sempre più alla luce temi legati alla storia del nostro secolo.La storia contemporanea inizia ad ottenere grande successo inserita all’interno di inchieste giornalistiche che la trattano come qualsiasi altro argomento.

Tg2 Dossier, Primo Piano, Speciale Tg1, Mixer sono programmi giornalistici che in quegli anni inseriscono sistematicamente la storia nei loro servizi.
Ma lo fanno in maniera diversa rispetto al passato.Ora il vecchio documentario di repertorio perde infatti di originalità, serve da semplice premessa per iniziare un discorso, viene "inondato" dal testo.

Svelare ciò che è stato nascosto dalla storia ufficiale diventa il principale obiettivo del giornalismo.

Si è ormai lontani dal didascalismo della televisione dei primi anni in cui il documento di archivio veniva proposto e semplicemente commentato da una voce fuori campo. Il commento diventa ora ironico e dissacrante, viene privilegiato più il “contenitore” che il “contenuto”.

La riflessione sul tema non viene più affidata all’accademico ma al conduttore, che diventa opinion-maker e commenta gli eventi analizzati cogliendone l’attualità.
E’ in quegli anni che grazie alle idee innovative di personalità come Sergio Zavoli o Giovanni Minoli si pensa a nuove soluzioni per parlare di storia in televisione, soluzioni che da quel momento devono necessariamente tenere conto della concorrenza e dei dati di ascolto.


Sembra che in quegli anni la televisione voglia rivendicare la propria capacità di raccontare la storia, senza sostituirsi all’accademia ma affiancandosi ad essa con metodi originali. In questa nuova ottica assumono un valore fondamentale le interviste, le testimonianze dirette, il coinvolgimento del telespettatore.

Il ricorso alle interviste permette la ricostruzione degli stati d’animo degli intervistati e il loro punto di vista, le loro verità spesso diverse da quelle date dalla storiografia ufficiale.

Viene da sé che una struttura di questo genere carica la comunicazione di elementi che fino agli anni Ottanta erano totalmente assenti dalla sfera dell’informazione storica in televisione.

Ora infatti trovano posto la sensazione e la curiosità e si privilegiano gli aspetti sentimentali e psicologici delle vicende narrate.
Questi ultimi vengono particolarmente esaltati da una struttura come quella delle interviste “faccia a faccia” ideate da Minoli per la sua trasmissione Mixer: queste prevedono un botta e risposta tra intervistatore e intervistato in cui le domande non sono concordate prima ma improvvisate.

Ciò comporta in molti casi l’imbarazzo, l’esitazione e tutte le gamme di reazioni da parte dell’intervistato che impreparato si mostra così per come è alla telecamera che indugia sul suo primo piano.

L’informazione viene dunque confezionata seguendo le nuove direttive che assegnano all’intervista un ruolo chiave.

I personaggi intervistati propongono una visione inedita della storia, una ricostruzione fatta attraverso il proprio vissuto. La testimonianza viene “drammatizzata” attraverso alcuni espedienti di regia: primi piani dell’intervistato che si alternano a panoramiche dello studio, voce incalzante dell’intervistatore, commento musicale.

L’intervista assume la forma di un incontro “privato” tra un operatore dei media; il conduttore; e l’intervistato che ora è sempre più spesso il “comune cittadino” che però nella propria vita si è trovato ad essere protagonista dei grandi eventi che hanno fatto la storia.

Il dialogo assume un tono intimo che ne esalta il tono veritiero, usando una terminologia “familiare” che riesca a mettere a proprio agio lo spettatore su argomenti che altrimenti non potrebbe cogliere pienamente.
Il ruolo di conduttore diventa anche quello di mantenere il dialogo su un terreno comprensibile a tutti.

L'intervista televisiva diventa così documento storico, nuova fonte della storia contemporanea. Ma di una storia "altra" rispetto alla storia accademica, una storia che si concentra su temi, eventi e personaggi di grande impatto spettacolare,usando un linguaggio sintetico e semplice, di facile comprensione.
Lo fa per poter arrivare al telespettatore in maniera più diretta.

Sebbene l'"uso" dell'intervista ai testimoni oculari assuma un grande fascino in quanto dà voce alla “gente comune” proponendo una verità soggettiva e inedita su determinati fatti storici, nasconde però un rischio che Sergio De Santis definisce “sindrome del testimone oculare”.

Il testimone ha infatti la tendenza a viziare il ricordo caricandolo di un valore emotivo che può alterarne la veridicità. Inoltre la testimonianza si riferisce il più delle volte ad eventi accaduti lontano nel tempo e quindi spesso poco nitidi nella memoria di chi li racconta.

Se la testimonianza con il suo essere intrisa di sentimenti, curiosità e informazioni inedite fornisce dunque un valore aggiunto per un prodotto alla ricerca di consensi di pubblico comporta però il rischio concreto di snaturare il fatto storico che racconta.

Ma forse il gioco vale la candela. Grazie al nuovo corso dell'informazione storica in Tv la storia è diventata un sapere per tutti e non più appannaggio di un'elite legata al testo scritto.
La storia è diventata un racconto attraverso il quale a tutti è possibile ritrovare le proprie radici in maniera semplice e immediata.

Oggi, citando il titolo di una celebre trasmissione televisiva, possiamo ben dire che LA STORIA SIAMO NOI!

Foto: La Tv dalla A alla Z. Fonte:www.mediastudies.it

NB Contenuti tratti da "Come la Televisione racconta la storia. La fiction su Giorgio Perlasca e le sue fonti" e Protetti da creative commons.


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1 commento:

Anonimo ha detto...

Io preferisco le trasmissioni storiche di oggi piuttosto che i documentari. Questi nuovi programmi ti fanno entrare nel vivo delle questioni in maniera semplice e diretta. Hai ragione quando scrivi che adesso grazie a queste trasmissioni "La storia siamo noi". Brava- Luigi